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Connettersi agli altri con empatia

Sull’importanza di coltivare l’empatia siamo tutti d’accordo: è una delle competenze essenziali per creare delle relazioni autentiche. Ma allora perché a volte è così difficile farlo? Come possiamo veramente connetterci con le altre persone?

La trappola del risolutore

Mi sono ritrovata molto in questo articolo di Michael Miller sul blog di Six Seconds.

Spesso cado anche io  nella trappola del risolutore. Quando sento che qualcuno ha un problema del tipo “Mi sento scoraggiata perché con il mio compagno le cose non stanno andando bene”, mi attivo per cercare di risolverlo pensando a possibili soluzioni.

L’intenzione è positiva, ma spesso ciò che provoca è un allontanamento dall’altro.

Mostrare empatia vuol dire connettersi emotivamente all’altra persona. Non si tratta di risolvere problemi, ma prima di tutto validare le sue emozioni, come se dicessimo “Ok, ti vedo e sento che tu stai provando queste emozioni.”

Immaginate questa situazione:

Un’amica sta passando un brutto momento, si sente scoraggiata, demotivata e triste e dice: “Essere senza un lavoro è la cosa peggiore che mi sia mai capitata.

Cosa direste?

Notate queste risposte.

“Cavolo mi dispiace che tu stia così male. Pensa che almeno hai una casa e cibo da mangiare…c’è chi non ha neanche quello!”

“Cavolo, deve essere veramente dura…magari potresti provare a mandare il CV a quell’azienda?”

“Sembra che tu ti senta molto scoraggiata per essere senza lavoro. Non ho idea di cosa significhi, ma voglio solo dirti che ci sono.”

Nei primi due casi, anche se l’obiettivo è nobile perché vogliamo far notare a quella persona come la situazione che sta vivendo non sia lo scenario peggiore e vogliamo farle vedere le alternative, inconsciamente stiamo invalidando le sue emozioni, come se provare quella sensazione spiacevole non fosse appropriato. In questo modo ci distanziamo e si genera chiusura nell’altro. Questa è la simpatia, patire con, ed è caratterizzata dall’urgenza di agire offrendo una soluzione.

Nell’ultima risposta invece, non offriamo alcun cambio di prospettiva, ci limitiamo a connetterci con le sue emozioni senza reprimerle. Questo vuol dire coltivare l’ empatia.

Cosa fare praticamente

L’empatia è molto più “scomoda” perché significa navigare le nostre emozioni, magari di disagio, e  stare nel momento presente, mettendo a freno il nostro risolutore interno.

Come afferma Joshua Freedman, Ceo di Six Seconds, la prossima volta che ci troviamo in questa situazione, proviamo ad aspettare prima di rispondere, prendendo quei famosi 6 secondi di pausa (il tempo affinché il nostro corpo riesca a riassorbire le molecole che l’emozione ha generato) con un respiro profondo e affermare mentalmente che quelle emozioni, quei sentimenti sono  validi. Poi possiamo chiedere a quella persona: Mi vengono in mente alcune idee che si potrebbero mettere in pratica. Vuoi che le condivida con te?

Facendo così non ci ritroveremo a dare consigli non richiesti (spesso fastidiosi), ma chiediamo alla persona  il permesso di entrare nel suo mondo. È così che creiamo delle relazioni positive e di valore!

La foto è di  young rc su Unsplash.

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